Come fotografare… il reportage (parte seconda)

Eccoci a cominciare una serie di articoli sul reportage come promesso… troppo tempo fa!

Nella prima parte introduttiva abbiamo toccato alcuni aspetti preliminari senza entrare nella tecnica vera e propria.

La serie dei suggerimenti cominciava con un’affermazione lapidaria: “se non ti interessa una cosa come uomo non otterrai nulla come fotografo”.

Ripartiamo da qui: leggete cosa dice Alex Maioli (non proprio uno qualunque, è il “capo” dell’Agenzia Magnum, il tempio del reportage) ad una domanda in pubblico sul criterio di scelta tra i fotografi che si presentano in agenzia : “L’ossessione!”. Questo è il criterio di selezione del fotografo, prima delle capacità tecniche ed espressive!

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Djibouti. 2002. Blind man. Uno scatto di Alex Maioli, vicino al soggetto, dentro
l’azione… ossessionato!

 

E’ un elemento ricorrente nei lavori dei grandissimi fotografi che nomina a supporto della sua teoria: Atget e la serie lunghissima di immagini di Parigi. Il lavoro di August Sander sul popolo tedesco. Quello dei Becher con la loro metodica ripresa di archeologie industriali, o la Arbus e i suoi ritratti di derelitti: in tutti i casi si percepisce una profonda “ossessione” per il proprio lavoro.

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Diane Arbus con una delle sue immagini più famose

 

Cominciate a sfogliare più libri possibili di grandi reporter: il volume fotografico è sempre il “luogo” per eccellenza dove godere delle immagini. Se volete, partite da questa “enciclopedia”: “Magnum,la scelta della foto” centinaia di pagine di provini a contatto raccontati dai testi dei loro autori, tra i più grandi fotografi della storia ( per un…centinaio di euro ben investiti… molto più utile dell’ennesimo filtro o gadget digitale).

Continuate pure con la lista suggerita nel primo articolo. Passerete molte ora piacevoli, alzate il livello di riferimento nel modo fotografico e, dal punto strettamente pratico, otterrete il primo basilare insegnamento: la maggior parte dei grandi reportage sono frutto di un atteggiamento “concerned” come si dice oggi. Parliamo del fatto che il fotografo sia personalmente coinvolto nella storia che racconta e spesso la segue per molto tempo: per motivi personali, per proprie affinità culturali o sociali, il fotografo legato alla storia che deve affrontare ottiene spesso risultati migliori (basta pensare ai nomi fatti da Maioli).

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Ritratto di Capa al Lavoro con la sua…Leica? no, è
un mito, usava la Contax!

Il fatto di avere una profonda partecipazione umana produce vari effetti:

 1) la disponibilità a lavorare su progetti a lungo termine;

 2) tenacia nel superare difficoltà logistiche o economiche nel condurre il reportage;

 3) empatia con i soggetti che permette di ottenere i migliori risultati nel fotografare le persone.

Il primo punto è da tenere in grande considerazione: a parte l’ovvia possibilità di affinare il lavoro tanto più si continua, ricorda che le grandi agenzie sono sempre maggiormente interessate a sostenere o pubblicare progetti lunghi e ad ampio respiro proprio perché “promettono” i risultati migliori. Se non fosse altro perché dimostrano la dedizione dell’autore al lavoro che svolge.

A proposito del secondo sappiate che, a meno di non essere fortunati destinatari delle attenzioni di una grande agenzia (cosa ormai rarissima per la penuria di risorse) o di essere molto… ricchi di nascita, se amate il reportage sarete costretti ad affrontare difficoltà legate alle fasi organizzative e preparatorie e, in seguito, ai mille imprevisti che si presentano sul campo. Se non siete motivati da un forte interesse le possibilità di insuccesso per… abbandono sono molto alte.

Uno degli innumerevoli ritratti di August Sander

Uno degli innumerevoli ritratti di August Sander

 

Terzo punto, e qui si comincia ad entrare (anche) nel pratico: il sentimento di partecipazione verso le situazioni che andate a fotografare non può che donare una maggior sensibilità, umana e visiva.

A questo punto entra in campo uno dei grandi insegnamenti di Robert Capa, figura mitica di fotoreporter: “se la foto non è buona, forse non eri abbastanza vicino”. Fin troppo fedele al concetto che predicava, nel ’54 ci ha lasciato la pelle saltando su una mina in Indocina.

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Una delle famose foto di Robert Capa a Omaha Beach durante lo sbarco in Normandia. Guardate “quanto” è vicino in questa situazione!

 

Il fondatore della Magnum ( insieme a Cartier Bresson, Davide Seymour e George Rodger …) metteva in pratica anche fisicamente questa regola: a noi basti pensare che una duratura frequentazione del soggetto che fotografiamo e la personale capacità di entrare in relazione con le persone coinvolte, sostenuta dalla motivazione umana, permette di vivere a stretto contatto con l’ambiente che ci interessa. Sarai così “parte” quasi attiva della situazione e ti sarà possibile fotografare la gente in situazione di massima naturalezza, assistere a fatti preclusi a chi non sia dell’ambiente, le persone ti accoglieranno e spesso ti aiuteranno ad essere nelle migliori condizioni possibili per eseguire i tuoi scatti.

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Una delle famose vetrine di Atget

 

Quale obiettivo usare?

Questa vicinanza produce poi una conseguenza pratica immediata: l’uso di grandangoli moderati e luminosi per poter “entrare” nella scena senza l’invadenza prospettica di ottiche spinte: ecco spiegata la predilezione assoluta del 35 mm f/1.4 tra gli obbiettivi del reporter. Si tratta quasi di un normale che permette la possibilità di avvicinarsi ulteriormente al soggetto grazie al maggior angolo di campo; nello stesso tempo la prospettiva non è troppo aggressiva nei confronti delle persone ( ricorda: tanto più usi un grandangolo spinto, tanto più critica è la possibilità di riprendere correttamente la gente ai bordi del fotogramma). La costruzione fisica dell’ottica permette poi di avere grande apertura di diaframma e, quindi, di fotografare in situazioni di luce scarsa senza dover usare il flash con effetti molto difficili da controllare se non usando tecniche ed attrezzatura particolari… e vistose: niente di peggio, quando vuoi passare inosservato, che sparare una bel lampo in faccia al soggetto. Quindi l’obiettivo principe è il 35mm (o, se usate una reflex o una mirrorless APS-C, un obiettivo di focale compresa tra i 20 e i 25mm, per avere un angolo di campo all’incirca analogo).

E il tele? Quello che all’inizio della carriera del fotoamatore è il primo obiettivo cercato, dopo il normale in dotazione, è molto poco amato dai reporter. Da quanto detto prima si capisce bene: se è vero che tanto più sono dentro alla scena, tanto migliori sono i risultati, è ovvio che il tele diventa quasi superfluo. La maggior parte dei reporter usa grandangoli e normale per la maggior parte del lavoro.

Ma non si dice sempre che una persona rimane bene in foto quando non sa di essere ripresa? Che la foto rubata è sempre meglio di quella in posa?

Beh, l’analisi della maggior parte dei reportage sembra dire il contrario.

E tutto il grande tema della street photography, dove lo sforzo è quello di non essere mai visti? C’è contraddizione con quanto detto fino ad ora?

Ne parliamo nell’articolo Come fotografare il reportage (parte terza): tra reportage e street photography.

 

 

L’autore:
Davide Marcesini è un fotografo professionista, nonché docente della Nikon School, appassionato di reportage e fotografia di viaggio. Periodicamente organizza workshop fotografici.
Il prossimo si svolgerà in Messico, leggi qui tutti i dettagli:

Workshop in Messico con Davide Marcesini

workshop messico

I  siti Internet di Davide, per restare in contatto con lui:

www.phototrek.it

www.davidemarcesini.com

By | 2017-09-21T15:46:23+00:00 16 maggio 2013|Come fotografare...|Commenti disabilitati su Come fotografare… il reportage (parte seconda)