Post-produzione e fotoritocco: sì o no?

Fino a che punto è “lecito” spingersi con la post-produzione delle fotografie e con l’elaborazione delle immagini? Fin dagli albori della fotografia digitale sono nate le discussioni su questo argomento, che hanno visto in principio i partecipanti dividersi in due grandi gruppi: quello dei “favorevoli”  (pronti a sfruttare tutte le nuove possibilità creative offerte dai programmi di fotoritocco), e quello dei “contrari” (per i quali ogni azione effettuata sull’immagine, che necessiti di un sofware e di computer, rappresentava il male assoluto).

Adesso che di tempo ne è passato, e la fotografia analogica è quasi estinta (non provochi insurrezioni questa affermazione, sappiamo che ci sono ancora degli appassionati e che, anzi, la pellicola sta vivendo un periodo di ritorno di interesse), le discussioni non riguardano tanto la necessità di intervenire con dei software sull’immagine scattata con la fotocamera digitale (quasi nessuno dubita più di ciò), quanto piuttosto l’entità degli interventi: fin dove è lecito spingersi prima di oltrepassare il confine tra ciò che è ancora fotografia e ciò che potremmo definire, in senso lato, arte grafica digitale?

Ecco, più che sulla liceità di intervenire o meno sulla foto (riteniamo che ognuno sia libero di esprimere la propria creatività come meglio crede), vorremmo provare a dire la nostra su qual è il limite che chi vuole definirsi fotografo, piuttosto che artista digitale, non dovrebbe oltrepassare.

Partiamo da alcuni esempi, che possono servire più che altro da spunti di riflessione.

Nel concorso di National Geographic Italia del 2007 fu inizialmente proclamata vincitrice una fotografia che rappresentava un casolare nella campagna: migliaia di persone, visitando il sito del fotografo vincitore, si accorsero che lo stesso cielo della foto vincitrice compariva in altre immagini dello stesso autore. In pratica, il cielo della foto vincitrice era stato sostituito con uno più gradevole. La giuria squalificò pilatescamente l’immagine non perché palesemente, fortemente, ritoccata, ma perché pubblicata in precedenza (per chi non ricorda la vicenda, ecco un articolo dell’epoca).

fotografia e fotoritocco

La foto vincitrice del concorso del National Geographic del 2007, successivamente squalificata.

 

D’altra parte la foto che vinse il Wildlife photographer of the year (prestigiosissimo concorso di fotografia naturalistica) del 2009 non aveva subito alcun ritocco, ma fu squalificata lo stesso: il motivo? Il lupo non era un animale libero e fotografato in natura, come prevedeva il regolamento per quella sezione del concorso, ma un esemplare  in cattività: in pratica la foto era stata preparata con tutta calma lavorando nel recinto di uno zoo (vedi un articolo dell’epoca).

La fotografia vincitrice del Wildlife photographer of the year 2009, in seguito squalificata perché era stato usato un animale in cattività.

La fotografia vincitrice del Wildlife photographer of the year 2009, in seguito squalificata perché era stato usato un animale in cattività.

 

Perché abbiamo fatto questi due esempi? Per dimostrare come ci siano diversi modi di “falsificare” una foto: da un lato togliere o aggiungere elementi significativi con un programma di fotoritocco, dall’altro artefare tutta la scena, cioè presentare come autentica una situazione che invece non lo era.

A questo riguardo l’episodio forse più esemplificativo della storia della fotografia riguarda un mostro sacro come Robert Capa, la cui foto più famosa, quella del miliziano colpito a morte durante la guerra civile spagnola, è ripetutamente stata colpita dal sospetto che la scena fosse stata in realtà “ricostruita” nel senso che il miliziano ha finto di essere colpito a morte a beneficio del fotografo per poi rialzarsi e continuare a combattere (si veda, a titolo esemplificativo, questo articolo su wikipedia).

Robert Capa, Il miliziano colpito a morte,

Robert Capa, Il miliziano colpito a morte, 1936

 

Sinceramente, noi siamo persuasi dell’autenticità di questa foto, e ci fa quasi un male fisico parlarne, ma abbiamo voluto mostrare come le discussioni sull’autenticità delle fotografie, e anche sul concetto stesso di autenticità non sono certo nate con il diffondersi del digitale, ma – se mai – con la genesi stessa fotografia.

A proposito di cieli nelle foto… Abbiamo visto il caso emblematico della foto squalificata dal concorso del National Geographic Italia… ma osservate adesso la foto che segue, che riprende il maestro dei maestri, Ansel Adams, davanti a due versioni stampate di un suo negativo:

 

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Ansel Adams davanti a due stampe del medesimo negativo.

 

La foto a sinistra mostra la stampa “neutra”, senza interventi del negativo. La stampa a destra mostra cosa è possibile ottenere, in camera oscura, dal medesimo negativo. Non si tratta di un cielo aggiunto a posteriori, ci mancherebbe! Ma la foto dimostra chiaramente come con un sapiente lavoro in camera oscura, basato essenzialmente sulle mascherature e sulle bruciature, si può cambiare completamente l’aspetto di una foto, aggiungendole drammaticità e, quindi, fascino.

 

In conclusione, la polemica sulla veridicità o meno di un’immagine fotografica è sempre esistita, così come è sempre esistito il lavoro di post-produzione sulle immagini.

 

E non stiamo parlando solo di chi operava in camera oscura. Anche le stampe a colori 1ox15 ottenute da un  semplice rullino portato in laboratorio, subivano degli interventi automatici su luminosità, contrasto e saturazione dei colori. Professionisti e fotoamatori esperti dell’epoca della pellicola sanno che su richiesta si potevano ottenere migliaia di stampe dall’aspetto diverso da un medesimo negativo.

Forse solo chi scattava in diapositiva, essendo il processo di sviluppo completamente automatizzato e con minime possibilità di intervento, poteva affermare che la propria fotografia era scevra da post-produzione (tanto e vero che nei concorsi fotonaturalistici più seri erano ammesse solo le diapositive).

La diffusione dei PC e dei software di fotoritocco ha solo consentito a più persone, e con maggiore facilità, di intervenire sulle proprie fotografie.

Ma quali sono i limiti di questi interventi, superati i quali la fotografia cessa di essere tale? Dare una risposta non è semplice: dipende in parte da idee soggettive, in parte dalla finalità di un dato scatto, in parte dalle regole che i professionisti e gli appassionati di un determinato genere fotografico hanno sviluppato e codificato nel corso del tempo.

Ne parliamo nell’articolo: Post-produzione e fotoritocco: sì o no? (seconda parte)

 

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By | 2017-11-18T13:44:55+00:00 19 novembre 2013|Camera chiara|8 Comments