Parliamo di fotografia con… Ivano Cheli

Cari amici del nostro corso di fotografia,

con questo articolo iniziamo una serie di conversazioni con alcuni dei più interessanti fotografi del panorama nazionale.

Si tratterà a volte di professionisti, a volte di fotoamatori. Come vedrete toccheremo un po’ tutti i generi e gli stili fotografici.

La cosa che accomunerà tutti i fotografi che intervisteremo sarà l’amore per la fotografia che si esprime nella continua ricerca che porta a raffinare la propria tecnica e la propria sensibilità.

Uno dei modi migliori per migliorare il proprio modo di fotografare è quello di confrontare il proprio lavoro con quello di altri fotografi. In quest’ottica speriamo, raccontando il lavoro e l’approccio alla fotografia di autori più consapevoli, di darvi degli spunti di riflessione e di ispirazione.

 

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Ivano Cheli, Piantagioni di tè a Cameron Highlands in Malesia (2011).

 

La prima conversazione è con Ivano Cheli, il quale scrive di sé sul suo sito web www.ivanocheli.com:

“Fotografo da oltre 30 anni, sempre con la curiosità e la voglia di trovare la bellezza intorno a me. Guardo la realtà a 360 gradi. Mi attraggono le linee pure e perfette della natura, il gioco degli occhi e delle pieghe in un volto, i grafismi urbani, i contesti anche estremi e abbandonati, le scene limpide e pulite”.

Noi di Phototutorial siamo rimasti colpiti dal suo modo di raccontare la realtà, che si rifà sicuramente alla lezione dei gandi maestri del reportage, dai quali sembra aver rubato non solo la competenza tecnica (le sue immagini sono di un rigore formale e compositivo ineccepibile), ma soprattutto il rispetto per i mondi e per le persone ritratte. Nelle sue foto ci pare traspaia un senso di umanità che si muove in due direzioni. Da una parte quella dei soggetti, ripresi in modo che le loro emozioni arrivino fino a noi nella loro autenticità, ma sempre nel rispetto della dignità che appartiene ad ogni essere umano di questo pianeta (cosa che, lasciatecelo dire, non sempre avviene negli ultimi anni, con molti fotografi sgomitanti nei concorsi, che sembrano alla ricerca esclusivamente dell’immagine più crudele e brutale possibile, con una gran voglia di raccontare l’orrore, e nessun tentativo di narrare l’uomo), dall’altra parte quella di Ivano, che si trova dietro la fotocamera, al di fuori della scena ritratta, ma che contemporaneamente è dentro la scena con un’empatia prorompente che guardando le sue foto di viaggio è impossibile non percepire immediatamente.

 

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Ivano Cheli, Bimba che ride con la (mia) cuffia a Angkor Wat in Cambogia (2011).

 

D. Come ti sei avvicinato alla fotografia e quali generi fotografici ami di più?

 

R. Ho iniziato quando avevo 17 anni (40 anni fa), con una Zenith totalmente manuale comprata da un amico, mi sono appassionato subito e la passione mi è rimasta.  Mi piacciono tutti i generi e mi cimento in tutti, non riesco a specializzarmi in niente perché dopo un po’ mi annoio…quello che amo al di sopra dei generi è scrivere con la luce, non sempre ci riesco ma ci provo continuamente… forse il genere che amo di più e che non mi ha mai annoiato è il reportage di viaggio

 

D. Quali consigli daresti a chi vuole cimentarsi in questo genere fotografico?

 

R. Non saprei davvero… più che un consiglio direi che ci vuole voglia di viaggiare, con il corpo e la mente… e avere sempre a portata di mano

l’apparecchio fotografico!

 

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Ivano Cheli, “Guardare avanti” (mio figlio sul vulcano di Papandayan a Java n Indonesia – 2011).

 

D. Che tipo di attrezzatura specifica è necessaria applicarsi con successo in questo tipo di fotografia?

 

R. Il successo non dipende dall’attrezzatura ma da quello che si riesce a vedere e trasmettere, questo vale per tutti i generi… :-)

Verso la fine del 2011 ho trascorso tre mesi in asia, viaggiavo da solo e senza troppe mete prestabilite… anzi solo tre, i raccoglitori di zolfo nel vulcano Ijen nell’isola di Java, il Laos e i templi di Angkor in Cambogia. E’ importante viaggiare leggeri… per quanto sia possibile… io mi ero portato una canon 60d con un paio di zoom leggeri e, per quando avevo voglia di qualità, il 50mm che ho usato spesso per i ritratti.

Ho portato anche un cavalletto da viaggio che ho usato poche volte ma che, se non lo avessi avuto, mi sarebbe mancato quelle volte che era indispensabile. Il tutto attaccato al corpo dentro una specie di marsupio da trekking, con i portabottiglie che servivano per gli obiettivi, una soluzione molto pratica anche perché sulle spalle avevo già lo zaino.

Sempre per non portare troppa ferraglia, non ho portato computer o hard disk ma solo schede di memoria (tante) e l’ipad dove scaricavo ogni tanto un po’ di foto per controllarle e per condividerle su Facebook. :-)

 

 

 

D. Cosa rappresenta per te la fotografia?

 

R. La fotografia per me è una missione… fotograferei anche senza macchina fotografica…

 

 

D. Potresti farci vedere quello che consideri uno dei tuoi scatti migliori e spiegarci come lo hai ottenuto?

 

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Ivano Cheli, Scuola in Nepal (2012).

 

R. Non so se si tratta di uno dei miei scatti migliori, sicuramente uno dei miei più cari nell’ultimo anno.

Ero in nepal, accompagnavo un team della C.B.M. Switzerland (Christoffel Blinde Mission) nella loro visita ai progetti, io documentavo con le mie foto. Eravamo in una scuola da qualche parte, una scuola che in mezzo al niente raccoglieva gli scolari dei villaggi intorno.

In questa scuola c’era una ragazza disabile (che faceva parte di un progetto) integrata con gli altri, durante la pausa e in attesa di fare una riunione di classe per sapere come erano i rapporti tra i ragazzi, mi sono messo a gironzolare intorno all’edificio.

Da una finestra mi sono affacciato in quella che sembrava un’aula abbandonata, con vecchie lavagne, vecchi banchi, ho fatto un paio di scatti, non c’era tanta luce, ho impostato gli iso su 800 e ho tenuto il diaframma piuttosto aperto. quando è suonata la campanella ho sentito i ragazzi correre verso le classi e ho sperato che qualcuno passasse davanti a quella porta… avevo 1/30 di secondo e con quello ho scattato quando è passata la ragazza correndo… e meno male è passata… e meno male correva… e meno male ero lì. :-)

 

E’ una foto che mi ha colpito molto Ivano, e come hai spiegato tu, come avviene in quasi tutti i grandi scatti, alla base c’è un mix di esperienza, abilità e fortuna… 

D. Hai dei progetti fotografici per il futuro?

 

R. Tornerò in Nepal con la stessa organizzazione umanitaria dell’anno scorso (C.B.M.) verso febbraio/marzo, è stata un’esperienza straordinaria e non vedo l’ora di tornarci… questa volta andremo in alcune zone dove non ci sono progetti attivi, andremo a valutare le possibilità per creare qualcosa di utile in un paese che ha una percentuale di disabili paurosa e dove i diritti delle donne quasi non esistono, per non parlare delle donne disabili… quelle non hanno nessun diritto.