Post-produzione e fotoritocco: sì o no? (seconda parte)

Dopo le premesse che abbiamo fatto nell’articolo Post-produzione e fotoritocco: sì o no?, nel quale speriamo di aver chiarito che il foto ritocco non è certo iniziato con il digitale, e che la stessa cosa si può dire delle polemiche sull’autenticità o meno di una fotografia, cerchiamo di “tirare le fila” del discorso dicendo la nostra sulla legittimità o meno degli interventi di post-produzione e, soprattutto, sull’entità di tali interventi.

Sì, perché una cosa deve essere ben chiara: la post-produzione sulle fotografie, nella fotografia digitale come nella fotografia a pellicola, è indispensabile. Nella pellicola il negativo non è che uno spartito che va interpretato in fase di esecuzione, cioè in fase di stampa. Nel digitale, il file RAW è l’equivalente del negativo (si veda il tutorial: Quale formato: RAW o JPEG?). Quando ricaviamo l’immagine da quel file grezzo, dobbiamo ottimizzarla in base al nostro gusto o alle commissioni del cliente, o alle necessità tipografiche o a mille altri fattori… (si veda il tutorial: Come sviluppare il RAW: operazioni di base).

 

Per questa ragione molti preferiscono distinguere tra post-produzione, che indicherebbe un intervento sull’immagine di tipo “soft”, che riguarda solo i parametri di base quali regolazione della luminosità, del contrasto, della saturazione, e fotoritocco, che invece indicherebbe un intervento più “hard”, che comporta delle modifiche sostanziali alla fotografia, come ad esempio clonare via qualcosa dalla immagine originale.

Allora, cosa è ammissibile? Nel corso del tempo le comunità dei fotografi appasionati di un determinato genere, e gli organizzatori dei concorsi fotografici più prestigiosi, hanno fissato dei paletti, che oramai sono quasi defintivi, sul tipo e l’entità degli interventi di post produzione accettabili.

I regolamenti di questi concorsi possono darci delle indicazioni abbastanza chiare su cosa sia ammissibile e cosa no. Sfogliando tali regolamenti ci rendiamo conto che, per tutti i generi fotografici nei quali l’aspetto documentativo svolge un ruolo chiave (reportage, fotogiornalismo, fotografia naturalistica, fotografia di viaggio, street), sono ammessi solo limitati interventi di post-produzione come regolazione della luminosità, del contrasto, della saturazione, e un leggero crop (ritaglio), in genere fino al 20% massimo su ciascun lato.

Assolutamente vietati sono l’uso del timbro-clone per eliminare elementi indesiderati dalla scena (è ammissibile solo per eliminare le macchie di polvere sul sensore), e l’HDR (cioè l’unione di più foto con esposizioni diverse) o di altre tecniche che prevedono la fusione di più scatti se non nelle sezioni apposite.

Negli ultimi anni si moltiplicano i casi di fotografie prima premiate, e poi squalificate, perché il fotografo ha manipolato l’immagine originale in maniera non consentita dal regolamento.

La fotografia di Harry Fisch, in un primo momento vincitrice di una dei premi del concorso del National Geographic, squalificata perché nell'originale era presente un sacchetto eliminato col timbro-clone dall'autore.

La fotografia di Harry Fisch, in un primo momento vincitrice di una dei premi del concorso del National Geographic, squalificata perché nell’originale era presente un sacchetto eliminato col timbro-clone dall’autore (vedi la foto sotto).

 

harry fisch, foto manipolata

La foto originale, dove è presente un sacchetto di plastica eliminato dall’autore, che per questo è stato squalificato.

 

Non si tratta certo di un caso isolato. La tentazione di manipolare le fotografie è molto forte visto che con i programmi di fotoritocco è semplicissimo effettuarla. Ma se lo scopo della fotografia è quello di documentare la realtà, l’integrità del fotografo consiste anche nel non manipolare tale realtà, ad esempio togliendo elementi presenti sulla scena.

Ecco un altro caso. Il premio Pulitzer Narciso Contreras è stato licenziato dall’agenzia fotografica Associated Press per aver eliminato una cinepresa da questa foto (vedi articolo).

Foto ritoccata, Associated Press, fotografo licenziato,narciso contreras

 

Perché l’ha fatto? Non so spiegramelo. Ma nei generi fotografici di documentazione, lo ripeto, è solo giusto non alterare la realtà.

Per tutti gli altri generi fotografici sono in genere ammessi interventi molto più “invasivi” con i programmi di fotoritocco.  La fotografia di moda, la fotografia di cerimonia, e un certo approccio alla fotografia di paesaggio (volto più all’aspetto estetico, al creare paesaggi fiabeschi, che al mero fine documentativo), richiedono una post produzione più accentuata. Ad esempio nel ritratto fotografico, è normale attenuare le imperfezioni della pelle o le occhiaie della modella con Photoshop, anche se le donne plastificate che si vedono oramai sulle riviste di moda ci sembrano dei veri i propri esempi di cattivo gusto.

In conclusione, se praticate generi fotografici documentativi, cercate di limitare gli interventi alla post-produzione: la regolazione dei toni, di luminosità e contrasto è spesso necessaria. Per altri generi fotografici siete più liberi di apportare modifiche, ma cercate di mantenervi nei limiti del buon gusto.

D’altra parte è importantre evitare atteggiamenti talebani, tipo “io il computer non lo utilizzo proprio” perché, come abbiamo visto, gli interventi di base in “camera chiara” (cioè utilizzando software per il fotoritocco), oltre ad essere necessari per ottimizzare la foto, sono paragonabili in tutto e per tutto agli interventi di base in camera oscura, anzi spesso sono molto meno “invasivi”.

 

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